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XTRA Magazine | Extraordinary Italian Mastery

Issue
31
Pages
61

XTRA

Un muro bianco. Solo qualche chiodo. Nessun quadro stabile. Non è assenza, è una condizione di vita. È creatività. Ogni segno sulla parete ha già sostenuto un’immagine, e ogni immagine è per scelta provvisoria. Può cambiare posto, dipende da ciò che arriva. “È tutto in movimento”, dice Luca Bombassei, architetto milanese. “Non lo considero un limite. È il mio modo di costruire la mia collezione”. Eppure, appena si nomina la parola collezionista, subito storce il naso. Troppo rigida, troppo istituzionale, troppo museale per lui. Preferisce “raccoglitore di cose belle”, una formula leggera che in realtà descrive un modo di collezionare molto consapevole. Bombassei è un ricercatore curioso: va alle gite, gira le biennali, tiene l’antenna accesa ovunque. Il suo criterio non è soltanto intellettuale, è anche emotivo. Accosta arte e design senza gerarchie. Una poltrona di Carlo Scarpa convive con un’opera di Burri o con un oggetto industriale, purché vi sia una traccia di ricerca, una storia. “Colpi di cuore e di pancia, poco di cervello”, dice con un’alzata di spalle. “Poi tutto finisce in una specie di magazzino, una Wunderkammer personale che mi dà sempre tanta gioia”.

Ma la gioia non è mai contemplativa. È attiva, quasi fisica. Quando a Londra vede passare all’asta due stanze della Casa di Fantasia del design italiano, devono tornare a Milano”. Le compra entrambe, e le installa nel suo studio di architettura. Perché prima viene l’emozione, poi lo spazio. “Mi innamoro anche delle cose, non solo delle persone”. Sembra quasi una battuta, ma è pronunciata con la leggerezza di chi sa esattamente cosa sta dicendo. In realtà è anche la definizione più precisa di sé: un uomo che riconosce la bellezza con la stessa intensità con cui si riconoscono gli altri. Non cerca il possesso: cerca l’emozione, e attraverso le cose, la conversazione. Ogni oggetto è una porta verso qualcuno. Ed è proprio da qui che sono nate, quasi inevitabilmente, le mattine nella sua casa veneziana durante la Biennale: un caffè alle nove per far dialogare artisti, architetti e critici senza un’agenda precostituita. “La Biennale apre alle 11.00, e io non voglio rubare tempo agli incontri”. Un progetto nomade che in estate immagina già di spostarsi nella sua masseria in Salento per ragionare, magari, della Xylella che piaga gli ulivi. La forma segue il contenuto: leggera, viva e spontanea. Nel lavoro di architetto, questa doppia natura – analitica e istintiva – trova la sintesi ideale. I suoi committenti sono spesso collezionisti. “Non mi viene chiesto di trovare un quadro da abbinare al divano rosso”, spiega. “Parto da venti pezzi importanti e ci costruisco intorno un ambiente”. Uno sguardo allenato a connettere storie, che si trasferisce con naturalezza dalla ristrutturazione di dimore storiche in Salento a un edificio per uffici di ventimila metri quadrati al Kilometro Rosso di Bergamo.

Cambiano le scale e le funzioni, ma rimane la stessa attitudine: mettere in relazione cose che, a prima vista, sembrano appartenere a mondi diversi. In fondo basta un chiodo.

lucabombassei.com

Testo di Patrizia Piccinini
Foto di Andrea Ferrari
Ritratto di LB Studio